L'inventiva che non muore ma alimenta le parole, il bisogno unico ed inspiegabile di uscire dalle mura della consuetudine, ed adagiare la mente in uno stato di ordinaria follia, ripetersi che vivere nella tranquillità non è precludere il divieto dell'involontario eccesso. E scrivere del mondo, della fantasia degli occhi che lo creano, poter esprimere la visione del cielo e di tutti gli elementi che lo compongono, parlare senza curarsi del tempo e senza curarsi del ritardo. Prendere le cose ed accettarle per come vengono e per come istantaneamente arrivano, senza poterle modellarle in qualcosa di inesistente solo per credere e lodare un dio che risponde solo nella nostra testa, o che volte non risponde per niente. Svegliarsi e non tormentare la mente con domande nella piena coscienza di non poter ottenere risultati a calcoli errati. Ricordare ciò che è svanito e non doverlo rimpiangere come fosse obbligo della vita dover avere rimorsi, che appesantiscono il vivere.
Giacere accanto ad un corpo e non fermarsi alla semplice definizione di qualcuno. E la mia associazione di idee che non rallenta nemmeno quando la sigaretta smette di essere tale. Dicono un caso patologico, scrivono un caso disperato e dello schifo che dovrei guardare allo specchio quando vedo la mia immagine, un cumulo di complessi che non conosce libera fuga. Dicono e senza sapere etichettano qualcosa che non sento e così la mia persona diventa solo considerazioni, che errate o giuste che siano gettano solo nello sconforto verso chi crede che leggere sia solo da usare nel termine di libro o frasi. Quando a volte nel silenzio i miei occhi sono storie che non ha mai voluto ascoltare nessuno. E mi chiedo se mai nessuno delle persone che ho perso per questo mi avrebbe mai chiesto sinceramente cosa c'era nella mia testa, ma sono solo supposizioni perchè quel che rimane sono solo ricordi che vorrei cancellare sebbene alcuni siano stati parte della mia vita. Perchè creano confusione sulla mia essenza che ha troppi profumi spiacevoli, profumi che ho sempre cercato di coprire ma che non se ne sono mai andati. Quando ciò che finalmente cercavo disperatamente di provare, e cioè la libertà di amare indipendente da ogni dipendenza, è il momento in cui l'uomo ti tenta a sviare da ogni sentimentale concentrazione, ti dice che è sbagliato essere istintivi e restare fermi a godere ciò che non si è mai visto. Dice che è sbagliato poter bere una sera e non potersi ricordare nulla, dice che è sbagliato farsi del male e poi piangere su se stessi, dice tante cose e forse anche giuste, ma sbaglia nel dirle con giudizio di chi in fondo sa tutto. Ho sbagliato si è vero, forse troppe volte e forse mai abbastanza, ma mi sono sempre scusata anche quando il silenzio avrebbe detto più cose. Mi sono sempre cercata di rialzare e tenere allacciati rapporti che evidentemente non dovevano esere tenuti sotto controllo, con troppa oppressione non si è mai ottenuto nulla. Ed io non mi so spiegare come nonostante tutto io stia bene così. La chiamano finta, simulazione, ma nel mio cuore è solo realtà ed ogni giorno da un pò di tempo mi sembra più vivo e reale del precedente. Ed aumenta sì la fragilità delle parole, la fragilità di quello che ho costruito. Ma ho scoperto qualcosa che tenevo nascosto ed è l'originale semplicità di potermi esprimere ed esprimere il dolore che ho tenuto segretamente nelle mie membra per anni. Disperato bisogno di scrivere e scrivere ancora, disperato bisogno di dire quanto male ho vissuto e quanto sto riscattando dalla vita. Quanto ho ora e non ho mai avuto. Di quando ho sorriso e mi è sembrato come se non l'avessi mai fatto, e di quanto è stato bello e persino meraviglioso camminare sotto la pioggia non curante di non potermi riparare, e di essere serena lo stesso. Ed è la sensazione che se piangerò ancora saprò da chi andare senza bisogno di parlare, saprò cosa scrivere, che il mondo è tutto qui, un nucleo, che quello che costruiamo è quello che vorremmo ma non è quello che è realmente, che perciò è fragile nella sua essenza, che però quel nucleo rimaniamo pur sempre noi e che essendo tali niente ci può scalfire od uccidere ma solo renderci più forti per il prossimo crollo anche se ci semberà di diventare più piccoli e più deboli. Uno degli infiniti errori dell'uomo è credere troppo alle proprie illusioni, vivere spesso in angoli che ci portano troppo lontani dalla coscienza di dire con sincerità ciò che siamo e ciò che lodiamo. Ci creiamo dei ogni giorno e ci definiamo atei. Ci abbattiamo per cavolate e diciamo di essere imbattibili. Giudichiamo per cose che anche noi facciamo. La verità è che o guardiamo troppo spesso noi stessi o guardiamo troppo spesso gli altri e commentare. Io vorrei solo che gli uomini si guardassero tra di loro senza alzare la voce, ma solo con libertà di poter dire di essere umani, e criticare ma senza odio, senza giudizio. Non dire mai di essere vissuti abbastanza che si impara troppo ma mai abbastanza ogni giorno di più. Che quello che sono non è solo brace, non è solo pelle sporca, ma è voglia di piangere senza tormento, di ridere senza paura e non essere descritta da altri con prepotenza di chi dice di conoscermi, quando se guardo la mia pelle non posso nemmeno dire " io so tutto di te". L'inventiva non muore ma mi fa parlare, e scrivere ancora di questo, del mondo che non vorrei modellare ma conoscere e renderlo migliore senza superbia.
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